Schwa: cosa significa, pro, contro e alternative per un linguaggio inclusivo

Riassunto dei contenuti

Scrivere per il web oggi significa affrontare una sfida complessa: creare contenuti che rispettino le identità di genere senza erigere barriere per chi ha disabilità. Il dibattito sul linguaggio inclusivo si è acceso attorno a un simbolo specifico, lo schwa, proposto come soluzione per neutralizzare il genere grammaticale.

Adottare questo carattere senza valutarne i limiti rischia di ottenere l’effetto opposto, escludendo proprio altre persone che dovremmo tutelare. Comprendere significato, utilizzo e limiti dello schwa è il primo passo per scegliere una strategia di comunicazione etica davvero efficace per tutte le persone.

Schwa: cosa significa e cos’è questo simbolo linguistico?

Il termine “schwa” (adattato anche anche “scevà” in italiano) deriva dall’ebraico e indica originariamente un segno grafico che rappresentava un suono neutro o nullo.

Nell’ambito della linguistica italiana contemporanea, lo schwa (rappresentato dal simbolo Ə) è stato proposto come vocale neutra per sostituire le desinenze di genere maschile e femminile (-o, -a, -i, -e). L’obiettivo è evitare di utilizzare il maschile sovraesteso e permettere a chi non si riconosce nel binarismo di genere di avere un riferimento linguistico proprio.

È un tentativo di evoluzione della lingua per rispecchiare i cambiamenti sociali. La sua introduzione nei testi scritti mira a rendere visibile l’invisibile, dando cittadinanza grammaticale a tutte le identità. Tuttavia, la sua natura di neologismo grafico pone immediatamente problemi di standardizzazione e comprensione immediata per il grande pubblico non addetto ai lavori.

Come si pronuncia lo schwa e le sfide fonetiche

Foneticamente, il suono dello schwa corrisponde a una vocale centrale medio-bassa, simile a quella che emettiamo quando esitiamo o quando la bocca è in posizione di riposo. In italiano, questo suono non esiste come vocale tonica distinta, il che rende la sua pronuncia innaturale per molte persone parlanti native.

Mentre in lingue come l’inglese (la “a” di about) o il francese (la “e” muta) suoni simili sono comuni, per l’orecchio italiano lo schwa richiede uno sforzo di adattamento consapevole. Questa difficoltà fonetica si ripercuote direttamente sulla lettura ad alta voce e, soprattutto, sulla sintesi vocale.

Se una persona può imparare a emettere questo suono con un po’ di pratica, le macchine faticano molto di più. La mancanza di una convenzione univoca fa sì che la pronuncia vari da persona a persona, creando confusione invece di chiarezza. Questo aspetto è cruciale quando valutiamo l’accessibilità: un simbolo che richiede una spiegazione fonetica per essere letto correttamente non è immediatamente accessibile a chiunque.

Perché usare lo schwa: pro e contro di una scelta controversa

Analizzare i pro e contro dello schwa è fondamentale per prendere decisioni informate sulla propria strategia di comunicazione.

L’obiettivo primario di chi propone questo simbolo è duplice e profondamente significativo: da un lato, si vuole evitare l’uso del maschile sovraesteso, quella convenzione grammaticale per cui il plurale maschile include automaticamente anche il femminile, rendendo spesso invisibile la presenza delle donne e di altre identità.

Dall’altro, si cerca di permettere a chi non si riconosce nel binarismo di genere di avere un riferimento linguistico proprio, offrendo una soluzione grafica che non costringa le persone non binarie a scegliere tra una desinenza maschile o femminile che non le rappresenta.

Tra i vantaggi principali, c’è indubbiamente la visibilità politica e sociale: l’uso di questo simbolo segnala immediatamente l’attenzione di chi scrive verso queste tematiche. Per molte persone, la rappresentazione in un testo attraverso un carattere specifico ha un forte valore emotivo, confermando che lo spazio digitale è pensato anche per loro.

Lo schwa può però rappresentare una barriera per alcune persone, in particolare quelle con disabilità, a causa del suo impatto sulla comprensione dei testi scritti, creando così un paradosso etico.

Molti screen reader e software di sintesi vocale, strumenti essenziali per le persone con disabilità visive, spesso non sono in grado di leggere correttamente la pronuncia dello schwa, poiché non è ancora standardizzato nell’alfabeto italiano. Leggono il simbolo come “errore”, ignorandolo completamente o emettendo beep fastidiosi. Questo rende il testo incomprensibile per le persone cieche o ipovedenti che utilizzano screen reader, escludendo di fatto un altro gruppo marginalizzato.

Inoltre, per chi ha dislessia, altre disabilità cognitive, e anche per le persone anziane, l’inserimento di caratteri non standard interrompe il flusso di lettura, aumentando il carico cognitivo necessario per decodificare il messaggio.

Mentre si cerca di includere le identità non binarie evitando il maschile sovraesteso, si rischia di escludere le persone con disabilità, dimostrando che la strada per un linguaggio veramente universale richiede soluzioni più complesse di un singolo simbolo.

Questi fattori evidenziano come l’introduzione dello schwa, pur con ottime intenzioni, rischi di creare ulteriori ostacoli per alcune persone.

Come si scrive e dove si trova sulla tastiera lo schwa

Lo schwa non è presente sulla tastiera italiana standard: bisogna ricorrere a scorciatoie o mappe caratteri speciali.

Per digitare lo schwa sulla tastiera PC con sistema Windows, si può utilizzare la mappa caratteri integrata cercando il simbolo “Ə” (maiuscolo) o “ə” (minuscolo), oppure usare combinazioni di tasti specifiche che variano in base al layout e al software di videoscrittura.
Su Mac, la procedura è simile e passa attraverso il visualizzatore caratteri accessibile dal menu di modifica.

La risposta è più semplice per gli utenti mobile. Sulla maggior parte delle tastiere virtuali per smartphone (sia iOS che Android), tenendo premuta la vocale “e” o “a” (a seconda della configurazione della tastiera installata) appare un menu a comparsa dove è spesso possibile selezionare lo schwa tra le varianti.
Esistono anche tastiere di terze parti che inseriscono il simbolo in modo più immediato. Nonostante questi accorgimenti tecnici, la necessità di procedure complesse per digitare lo schwa ne limita l’uso spontaneo e veloce, rendendolo poco pratico per comunicazioni rapide o informali.

Perché non uso lo schwa inclusivo e quale alternativa consiglio?

Io personalmente non utilizzo lo schwa. Il motivo è che per me la comunicazione non può considerarsi inclusiva, se non è anche accessibile.

Se il nostro obiettivo è l’inclusione, non possiamo permetterci di utilizzare tecniche che escludono chi ha disabilità.

Il linguaggio inclusivo in inglese è molto più semplice, per l’esistenza di termini come “folks”, “team”, “y’all”, “humanity”, “people”, “humankind” e i pronomi gender neutral they, them, theirs.

Preferisco affidarmi alle regole del copywriting inclusivo e adottare un approccio di riformulazione sintattica che sfrutta le risorse già esistenti nella lingua italiana, rendendo il testo neutro senza bisogno di caratteri speciali.

Questa scelta non è un rifiuto dell’inclusione, ma una sua applicazione più ampia e responsabile.
Si pensa che in italiano non esistano termini gender neutral, ma in realtà non è così. L’alternativa che utilizzo consiste nel privilegiare i nomi collettivi, forme impersonali, pronomi relativi o indefiniti, perifrasi, e frasi passive.

Qualche esempio?

  • Invece di cercare una desinenza neutra per “benvenuti”, si può scrivere “ti do il benvenuto” o “siete le persone benvenute”.
  • Al posto di “gli studenti”, si può usare “il corpo studentesco” o “chi studia” se voglio generalizzare.
  • L’uso di pronomi come “chi”, “ciascuno”, “tutte le persone” permette di mantenere il testo fluido e leggibile da qualsiasi screen reader, garantendo che il messaggio arrivi integro a chiunque, indipendentemente dal genere o dalle abilità.
  • Si possono anche riformulare le frasi “sei soddisfatto” diventa “quanto ti soddisfa”; “gli studenti devono consegnare il progetto” si scambia con “il progetto deve essere consegnato”.
  • Si possono scoprire sinonimi ed aggettivi neutri: al posto di “contento” o “contenta”, si può scegliere “felice”.

Scrivere in modo inclusivo è quindi un esercizio di copywriting attento e consapevole. Significa scegliere parole che rispettano la convivenza delle differenze senza creare nuovi ostacoli.

L’uguaglianza dei diritti non si raggiunge applicando regole rigide, ma ascoltando le esigenze di tutte le componenti della società. Una soluzione che include un gruppo mentre ne esclude un altro non può essere definita completa.

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