Quando si parla di “Pride“, si possono intendere due idee correlate tra loro:
- l’Orgoglio di essere se stessi, un concetto che descrive la consapevolezza e la fierezza della propria identità, sia essa legata all’orientamento sessuale che all’identità di genere.
- la Marcia nata per festeggiare questa consapevolezza e commemorare una data simbolica, quella della rivolta di Stonewall.
Ed è proprio di questo secondo punto che tratterò: come è nato il Pride.

La nascita del Pride negli Stati Uniti d’America
Per arrivare al Pride di oggi, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo: negli Stati Uniti d’America, quando la polizia aveva il potere di arrestare persone omosessuali per “oscenità” o “indecenza“: bastava un bacio, una stretta di mano, un abito indossato “del sesso opposto”, o anche trovarsi in un bar a bere tra persone queer.
A New York, lo State Liquor Authority (SLA), l’ente che regolava la vendita di alcolici, poteva revocare la licenza ai bar che accoglievano persone queer, che venivano ritenute fonte di “disordine“. I bar gay erano quindi illegali.
Dagli anni ’30 però la mafia newyorkese aveva invece fiutato un business: iniziò a gestire bar clandestini dove, in cambio di accordi sottobanco e bustarelle alla polizia, garantiva un minimo di protezione alle persone queer.
I primi passi verso la resistenza queer
Nel 1950 l’avvocato e attivista Harry Hay fondò la Mattachine Society, la prima organizzazione per i diritti delle persone omosessuali negli Stati Uniti. Nel 1966 la Mattachine Society, guidata dal reporter e attivista Dick Leitsch, richiamò pubblicamente l’attenzione su come la polizia adescava le persone gay per incastrarle e accusarle di atteggiamenti osceni.
Nel 1966 Leitsch organizzò uno dei primi atti di disobbedienza civile: un “sip-in” in un bar di Manhattan, sfidando apertamente le regole dello SLA: si trattò di un semplice incontro in un bar con altri uomini gay. Grazie a questa azione, il presidente dello SLA dichiarò che non era più vietato vendere alcolici alle persone queer. L’anno successivo le autorità stabilirono che servivano prove concrete per revocare una licenza, e non solo: i baci tra due uomini non vennero più considerati atti osceni.
Il numero di bar gay a New York iniziò così a crescere.

I moti di Stonewall: quando il primo Pride fu rivolta
Nel cuore del West Side di Manhattan, la mafia gestiva uno dei bar gay più popolari, lo Stonewall Inn. In cambio di tangenti, la polizia concordava delle incursioni programmate, così che clienti e baristi avessero il tempo di darsi una sistemata per evitare l’arresto.
Ma il 28 giugno 1969, un’incursione non programmata cambiò tutto.
Chi diede il via alla rivoluzione? Secondo diversi testimoni – e lei stessa – fu Stormé DeLarverie, una donna nera e lesbica, a dare inizio alla rivolta. Dopo essere stata colpita e aver resistito all’arresto, incitò la folla a reagire. Tra i nomi associati alla rivolta ci sono anche Sylvia Rivera, donna transgender e drag queen, e Marsha P. Johnson, uomo gay e performer drag queen. Tuttavia, come dichiarato da Marsha stessa, né lei né Sylvia furono presenti all’inizio degli scontri: arrivarono solo in un secondo momento.
Indipendentemente da chi fece partire la rivolta, quella sera centinaia di persone si radunarono davanti allo Stonewall Inn. Ci furono scontri che durarono tutta la notte e continuarono per cinque giorni. La polizia, nonostante i rinforzi, non riuscì a contenere la rabbia collettiva. Volantini circolarono per le strade con slogan come: “Via la mafia e gli sbirri dai bar gay!”
Si può dire quindi che quella notte nacque il movimento di liberazione omosessuale contemporaneo.
A luglio si formò il Gay Liberation Front, un gruppo di liberazione omosessuale, che alla fine dell’anno comparve in molte città ed università americane.
L’anno seguente, in commemorazione dei “moti di Stonewall”, organizzarono una marcia a New York.
Da allora, in tutto il mondo, nel mese di giugno si celebra il Pride in ricordo di Stonewall.

La nascita del movimento di liberazione omosessuale in Italia
Intanto, in Italia, le cose erano tutt’altro che colorate. Mentre a New York si marciava, qui si lottava contro muri di silenzio e censura. Ma anche nel nostro paese, piccoli fuochi si accendevano, pronti a esplodere.
In Italia, i primi tentativi di costruire un movimento di liberazione omosessuale risalgono agli inizi del ‘900, con figure come Aldo Mieli e Bernardino Del Boca.
Mieli, intellettuale e attivista, fondò nel 1921 la rivista “Rassegna di studi sessuali”, ma con l’avvento del fascismo fu costretto ad abbandonare il progetto.
Del Boca tentò invece di aprire un dialogo pubblico con la prima rubrica omosessuale “Sesso e Libertà”, ma fu censurato da Democrazia Cristiana.
La repressione queer durante il fascismo
Durante il regime fascista, il Codice Rocco non prevedeva norme specifiche contro l’omosessualità, semplicemente perché non ne ammetteva l’esistenza.
Come riportava il legislatore:
“La previsione di questo reato non è affatto necessaria perché per fortuna e orgoglio dell’Italia il vizio abominevole che ne darebbe vita non è così diffuso tra noi da giustificare l’intervento del legislatore, nei congrui casi può ricorrere l’applicazione delle più severe sanzioni relative ai diritti di violenza carnale, corruzione di minorenni od offesa al pudore, ma è noto che per gli abituali e i professionisti del vizio, per verità assai rari, e d’impostazione assolutamente straniera, la Polizia provvede fin d’ora, con assai maggior efficacia, mediante l’applicazione immediata delle sue misure di sicurezza e detentive.”
Nonostante l’assenza di leggi mirate, le persone LGBT+ furono comunque perseguitate, incarcerate e sottoposte a misure di polizia come il confino. I luoghi di incontro queer erano spesso oggetto di retate. Film, libri e spettacoli a tema venivano censurati. Tra il 1952 e il 1972, si contarono circa 35.000 fermi ai danni di persone omosessuali e transgender. Il lesbismo, invece, era ignorato: si dava per scontato che la sessualità femminile non esistesse.
Un esempio emblematico fu quello di Romina Cecconi, tra le prime donne transgender italiane, che fu condannata a tre anni di confino per la sua identità di genere.
Il primo Pride italiano
Nel 1969 dei moti di Stonewall in Italia arrivarono piccoli echi. La presa di coscienza del movimento di liberazione omosessuale italiano arrivò nel 1971, con la fondazione della rivista FUORI! (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), grazie ad attivisti come Angelo Pezzana, Miriam Cristallo, Enzo Moscato, e Mario Mieli.
Il 5 aprile 1972 a Sanremo ci fu una protesta queer contro un congresso pubblico cattolico sulle devianze sessuali, che includevano l’omosessualità. Dopo la protesta a Sanremo, il FUORI! si rafforzò e si diffuse in diverse città italiane. Nel 1974 arrivò un passo strategico: l’affiliazione al Partito Radicale, che portò nuova visibilità e appoggi politici. Ma la scelta non fu indolore: al suo interno, il movimento si trovò a fronteggiare tensioni tra chi voleva mantenere l’indipendenza da un partito politico e chi vedeva nell’alleanza una strada per crescere.

Nel frattempo, la voglia di intrecciare battaglie diverse fece nascere esperienze nuove: nel 1976, a Milano, nacque il Collettivo Narciso, primo gruppo che provò a rendere intersezionale la lotta omosessuale con quella femminista e a collegarle con la sinistra extraparlamentare.
C’era fermento. Nel 1977 iniziarono i primi veri tentativi di coordinamento nazionale tra i vari collettivi LGBT+, nonostante divergenze ideologiche tra marxisti, radicali, femministe: anime diverse, ma accomunate dalla voglia di cambiare il mondo.
E finalmente, il 24 novembre 1979 a Pisa ci fu la prima marcia contro la violenza subita da persone omosessuali, il primo Pride italiano.

Il delitto di Giarre: quando la violenza omofoba ha svegliato le coscienze
Un punto di svolta doloroso, spesso citato come un momento cruciale per la presa di coscienza nazionale italiana, è il delitto di Giarre, avvenuto nell’ottobre del 1980 in provincia di Catania.
Giorgio Giammona, di 15 anni, e Antonio Galatola, di 25 anni, scomparsi il 17 ottobre 1980, furono ritrovati due settimane dopo senza vita, mano nella mano, uccisi entrambi da un colpo di pistola alla testa. I due ragazzi erano legati da una relazione sentimentale e la loro morte fu chiaramente motivata dall’odio omosessuale. In un’epoca in cui l’omosessualità era ancora un tabù assoluto e spesso associata al crimine o alla malattia, questo duplice omicidio ruppe il silenzio assordante che circondava le vite delle persone LGBT+ nel sud Italia. Non ci furono grandi manifestazioni immediate come a Stonewall, ma lo shock fu profondo: la cronaca nera aveva appena mostrato il volto più feroce del pregiudizio.
Questo tragico evento omofobo sconvolse profondamente l’opinione pubblica nazionale e diede una forte spinta al movimento di liberazione omosessuale, portando poche settimane dopo a Palermo, alla fondazione di Arcigay (Associazione Ricreativa Culturale Italiana Gay), la prima associazione LGBT+ fondata in Italia.
A cosa serve il Pride oggi?
Dopo aver ripercorso la storia italiana e statunitense, potrebbe sorgere una domanda: se oggi non è più illegale essere gay, perché continuare a scendere in piazza ogni giugno?
Il Pride non è una festa statica, ma un atto politico dinamico che assolve a tre funzioni fondamentali.
In primo luogo, serve a rendere visibile l’invisibile. Le persone eterosessuali non hanno bisogno di un “Pride” perché la loro esistenza è la norma data per scontata: possono tenersi per mano in pubblico senza timore, vedere le proprie famiglie rappresentate nei film e nei libri di scuola, e vivere la propria identità senza doverla spiegare. Il Pride rompe questa normalità esclusiva, occupando lo spazio pubblico per dire che anche le esistenze queer sono normali, legittime e degne di essere vissute allo scoperto.
In secondo luogo, il Pride funge da monito contro il rilassamento dei diritti. Il delitto di Giarre, così come i moti di Stonewall, insegnano che i diritti non sono acquisiti una volta per tutte. Le conquiste legali possono essere messe in discussione, e l’odio non scompare semplicemente perché esiste una legge. Marciare ricorda alle istituzioni e alla società che la comunità è vigile, unita e pronta a difendere ciò che ha ottenuto e a lottare per ciò che manca, come una legge contro omolesbobitransfobia, il matrimonio equalitario e il riconoscimento pieno delle famiglie arcobaleno.
Infine, il Pride ha una funzione vitale di protezione e comunità. Per una persona queer che vive in un contesto isolato, ostile o non informato, vedere migliaia di persone sfilare insieme può fare la differenza tra sentirsi sbagliata e sentirsi parte di un tutto. È un momento di accoglienza per chi non ha ancora trovato il coraggio di fare coming out, un segnale che esiste un luogo sicuro e una rete di supporto pronta ad accoglierlo.
Il Pride, quindi, non è soltanto una celebrazione del passato, ma uno strumento necessario per il presente. Finché ci sarà qualcuno che deve nascondersi per paura, o qualcuno che rischia la vita, la necessità di marciare resterà intatta.
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